brutta
e profumata
marionetta impazzita
e maschera grottesca
corpicino di bambola
dov'è che ti spegni?
si è persa la chiave?
ti smonto
ti smembro
ti chiudo in valigia
ma poi son felice
perché parli ancora
giovedì 16 ottobre 2008
lunedì 22 settembre 2008
A: L'economia sta andando a rotoli, trascina nella sua caduta tutto il sistema, e tu non ti preoccupi?
B: E perché dovrei?
A: Come perché dovrei? Milioni di persone rimarranno senza soldi e senza lavoro!
B: Tanto meglio. Così saranno costretti a cercarsi un modo di vivere più sensato.
C: Vuoi dire che dovranno cominciare a pensare?
B: Sì, anche.
C: Se è così, stai pure sicuro che sceglieranno l'odio, il fanatismo, la guerra - dovessero finire per distruggersi - tutto, pur di non dover mettersi a pensare.
B: E perché dovrei?
A: Come perché dovrei? Milioni di persone rimarranno senza soldi e senza lavoro!
B: Tanto meglio. Così saranno costretti a cercarsi un modo di vivere più sensato.
C: Vuoi dire che dovranno cominciare a pensare?
B: Sì, anche.
C: Se è così, stai pure sicuro che sceglieranno l'odio, il fanatismo, la guerra - dovessero finire per distruggersi - tutto, pur di non dover mettersi a pensare.
martedì 22 gennaio 2008
Cronaca di una vivencia gentilmente offerta da Trenitalia
La vigilia della Befana prendo il treno da Torre Pellice per tornare a casa. Mancano solo più pochi minuti all’arrivo a Porta Nuova, quando smetto di leggere, raccolgo le mie cose e comincio a percorrere i vagoni alla ricerca di un bagno funzionante. Quasi alla testa del treno, trovo i servizi per gli invalidi, di quelli con il portellone scorrevole, che al mio arrivo è aperto. Entro e, affinché si chiuda, giro verso destra una manovella di metallo che sporge dalla parete. Dopo aver fatto la pipì, cerco di lavarmi le mani – ma attivo il phon; stupito, cerco il tasto dell’acqua; le lavo, le agito un po’ per riasciugarle e le riavvicino alla manovella, per aprire il portellone. Che però è bloccato. Tento varie volte, ma la manovella è troppo dura. Provo allora con il tasto dell’apertura automatica, poi con un altro, di emergenza (“premere se l’apertura automatica non funziona”). Sbuffo d’aria depressurizzante. Nient’altro. Mi giro, e vedo sulla parete opposta un tasto per le emergenze (sono pur sempre in un bagno per invalidi!). Appena lo schiaccio, inizia a trillare un allarme; ma nessuno accorre.
Il treno, ormai, è giunto in stazione; sento, senza distinguere le parole, gli annunci ferroviari, e gli spot pubblicitari sparati dai televisori allineati lungo i binari. La luce gialla è intensa, il bagno sa di bagno di treno, un misto di sapone liquido e odor di poltrone, il pavimento scuro è leggermente bagnato. Mi tolgo lo zaino e riprendo a bussare; anzi, ora batto proprio pugni sulla porta, cominciando, come per scherzo, ad urlare. Nessuno che mi senta. Allora mi fermo, mi metto in ascolto ed aspetto. Fuori passa qualcuno, forse. Batto, grido; niente. Comincio a rassegnarmi a passare ironicamente tutta la notte lì. Ma non ne ho voglia: sono le otto di sabato sera, ho di meglio da fare! Stabilito questo, il treno viene spento, tutto quanto, luci comprese. Non ci vedo più niente, uffa! – non potrò neanche leggere! Grido, sempre inutilmente. Ormai sono del tutto solo. Mi chiedo se l’aria mi basterà ad arrivare a domattina. (È già pesante a causa del riscaldamento, e il locale è così piccolo…) Mi tolgo la giacca, provo nuovamente a spingere manovella e porta, ma non muovo un bel niente. Urlo, sempre un poco ridendo, chiedendomi se avrebbe senso gridare aiuto. Poi però mi viene in mente che così facendo potrei consumare più in fretta l’aria, e rischierei di perdere energie preziose. Senza crederci davvero, non mi vedo arrivare all’indomani. Che brutta morte, mi dico. Allora provo con i calci – forse fanno più rumore -, ma la mollo subito. E mi ricordo di avere un cellulare. Per fare un po’ di luce, prima di tutto. E per chiamare qualcuno. Ma chi? Mia mamma, per dirle che tarderò a cena, perché sono chiuso nel bagno di un treno parcheggiato in stazione? Ma che mi passa per la testa, la spaventerei soltanto! Però potrei chiedere a mio papà di chiamare qualcuno che mi venga a prendere… Hmm… Poi medito che potrei domandarlo a Cristina – tanto dovevo sentirla proprio ‘sta sera. Infine realizzo che potrei chiamare soccorso da solo! Mi conviene chiamare il 113? O il 112? No, il 118 no: quelli sono i pompieri. O l’ambulanza. Vada per il 113! Biip ---- Biip ----- Biip ---- Nessuno risponde. Biip -- Che efficienza! -- Biip ---- All’ottavo squillo riattacco, recitando tra me e me, col tono indignato di un iscritto all’Associazione Consumatori: «È questo il servizio che garantite ai vostri clienti?». Oramai penso proprio che chiamerò Ale: abita qui vicino, è una che se la sa cavare… Sì, sbrigherà tutto lei! Poi però riprovo con il 113. Al terzo squillo mi rispondono: «Pronto, Polizia». E io che pensavo di chiamare i Vigili Urbani... Ma va bene lo stesso. «Buona sera, mi chiamo Enrico Piergiovanni… Sono rimasto chiuso nel bagno di un treno… a Porta Nuova…». Alquanto impacciato, riesco a districarmi e a riferire la situazione. Il poliziotto, dapprima stupito, mi dice di chiamare direttamente i suoi colleghi di Porta Nuova; poi però, con gentilezza, si offre di trasferire lui stesso la chiamata. Sto in attesa. Una striscia di chiarore filtra verticalmente dal portellone; se provo a spingerlo, però, non si apre. Forzo un po’, ma poi mi dico che se mi mettono in linea mentre strattono e faccio chiasso, non darò una bella impressione. Al poliziotto di Porta Nuova mi dimentico di dire il mio nome. Mi spiego peggio di prima, lui resta interdetto e devo ripetere due volte la storia perché mi capisca. Dopo aver voluto sapere su quale treno sono, mi chiede il numero di telefono, che però non so dargli. «È quello da cui sto chiamando» aggiungo un po’ imbarazzato, poi mi scuso. «Non fa niente», mi rassicura, «chiamiamo subito qualcuno della stazione che vi venga ad aprire», e riattacca. Io ho paura che non verrà nessuno, che abbia creduto che fosse uno scherzo. Rido. E batto i pugni, e urlo di nuovo, ancora più forte. Tanto per provare.
Ancora i televisori e gli annunci di fuori. Stanno forse avvertendo i passeggeri di scendere dal treno a fine viaggio? Chissà… Nel frattempo posso chiamare Ale. Ma no, aspetto. Non arriva nessuno. Batto ancora i pugni contro la porta, ma poi penso che sia meglio non scaldarsi. Rischio di sprecare energie preziose. E consumare troppa aria… Se fra un quarto d’ora non sono arrivati, richiamo la polizia! Però che figura ci farei a parlare di nuovo col centralinista di prima, quello gentile! Ma si avvicinano delle voci… squillanti… e dei passi!… qualche vagone più indietro. Sì, camminano veloci. Allora busso e mi faccio sentire. Finalmente arrivano al mio vagone, e mi trovano. Mi avvisano di non spingere la porta. Trafficano con una chiave, ma non sanno come aprire. Né da quale serratura. La porta scatta lateralmente, ma resta chiusa. Loro mi ripetono di non spingerla. E chi ci pensa? Senza nemmeno sfiorarla, mi sono già rimesso giacca e zaino; e ora aspetto tranquillo, a mezzo metro di distanza, le braccia lunghe distese, e me la sorrido. Mi sfiora un dubbio: e se non riuscissero ad aprirla? No, tra poco ce la faranno… Qualche secondo dopo, troc troc, una chiavetta gira e …aperto! Davanti a me due giovani, dallo spiccato accento meridionale, mi domandano se vada tutto bene. Poi uno mi chiede perché fossi lì, e se non mi fossi accorto che il treno era arrivato in stazione. Uscendo di lì, rispondo che dovevo andare in bagno e che sì, me ne ero accorto, ma non riuscivo più ad aprire la porta…
Mentre ci avviamo verso il vagone successivo, quello che porta alla locomotiva, uno dei due, che era rimasto indietro, ci dice di tornare da lui. Ha i capelli color ambra e l’accento toscano. Sta provando ad aprire la portiera che abbiamo appena passato. Traffica un po’, ma non ci riesce; e così riprendiamo il corridoio di prima. Con qualche difficoltà riesce finalmente ad aprire la portiera in testa al treno. Nell’attesa li guardo. Avranno al massimo trent’anni, sembrano bonaccioni: «sono due ragazzi», mi dico. Ci aspetta una scaletta verticale; il primo mi dice di fare attenzione, perché i gradini sono lontani; poi pensa bene di ordinarmi di girarmi. Io però scendo normalmente, e con un saltino sono giù, all’aria aperta! Mi chiedono ancora un documento, per un controllo, e si consultano per stabilire se sia il caso di prendermi i dati. Quello dai capelli ambrati, che scrive, fa cenno di sì con la testa. L’altro, allora, gli detta le mie generalità, tenendo la mia carta di identità completamente rivolta verso il suo collega, spiaccicata al foglio su cui quello sta prendendo nota. Mi piace osservarli. Il toscano alza la ricetrasmittente e segnala “operazione compiuta”. Mi restituiscono il documento e mi dicono che posso andare. Li ringrazio ancora una volta e mi incammino verso l’uscita della stazione, a passo euforico. Per le strade del centro mi metto a cantare a voce alta, senza abbassarla nemmeno quando passo vicino alla gente. Che mi importa di quel che pensano? È la prima volta che ci riesco.
Il treno, ormai, è giunto in stazione; sento, senza distinguere le parole, gli annunci ferroviari, e gli spot pubblicitari sparati dai televisori allineati lungo i binari. La luce gialla è intensa, il bagno sa di bagno di treno, un misto di sapone liquido e odor di poltrone, il pavimento scuro è leggermente bagnato. Mi tolgo lo zaino e riprendo a bussare; anzi, ora batto proprio pugni sulla porta, cominciando, come per scherzo, ad urlare. Nessuno che mi senta. Allora mi fermo, mi metto in ascolto ed aspetto. Fuori passa qualcuno, forse. Batto, grido; niente. Comincio a rassegnarmi a passare ironicamente tutta la notte lì. Ma non ne ho voglia: sono le otto di sabato sera, ho di meglio da fare! Stabilito questo, il treno viene spento, tutto quanto, luci comprese. Non ci vedo più niente, uffa! – non potrò neanche leggere! Grido, sempre inutilmente. Ormai sono del tutto solo. Mi chiedo se l’aria mi basterà ad arrivare a domattina. (È già pesante a causa del riscaldamento, e il locale è così piccolo…) Mi tolgo la giacca, provo nuovamente a spingere manovella e porta, ma non muovo un bel niente. Urlo, sempre un poco ridendo, chiedendomi se avrebbe senso gridare aiuto. Poi però mi viene in mente che così facendo potrei consumare più in fretta l’aria, e rischierei di perdere energie preziose. Senza crederci davvero, non mi vedo arrivare all’indomani. Che brutta morte, mi dico. Allora provo con i calci – forse fanno più rumore -, ma la mollo subito. E mi ricordo di avere un cellulare. Per fare un po’ di luce, prima di tutto. E per chiamare qualcuno. Ma chi? Mia mamma, per dirle che tarderò a cena, perché sono chiuso nel bagno di un treno parcheggiato in stazione? Ma che mi passa per la testa, la spaventerei soltanto! Però potrei chiedere a mio papà di chiamare qualcuno che mi venga a prendere… Hmm… Poi medito che potrei domandarlo a Cristina – tanto dovevo sentirla proprio ‘sta sera. Infine realizzo che potrei chiamare soccorso da solo! Mi conviene chiamare il 113? O il 112? No, il 118 no: quelli sono i pompieri. O l’ambulanza. Vada per il 113! Biip ---- Biip ----- Biip ---- Nessuno risponde. Biip -- Che efficienza! -- Biip ---- All’ottavo squillo riattacco, recitando tra me e me, col tono indignato di un iscritto all’Associazione Consumatori: «È questo il servizio che garantite ai vostri clienti?». Oramai penso proprio che chiamerò Ale: abita qui vicino, è una che se la sa cavare… Sì, sbrigherà tutto lei! Poi però riprovo con il 113. Al terzo squillo mi rispondono: «Pronto, Polizia». E io che pensavo di chiamare i Vigili Urbani... Ma va bene lo stesso. «Buona sera, mi chiamo Enrico Piergiovanni… Sono rimasto chiuso nel bagno di un treno… a Porta Nuova…». Alquanto impacciato, riesco a districarmi e a riferire la situazione. Il poliziotto, dapprima stupito, mi dice di chiamare direttamente i suoi colleghi di Porta Nuova; poi però, con gentilezza, si offre di trasferire lui stesso la chiamata. Sto in attesa. Una striscia di chiarore filtra verticalmente dal portellone; se provo a spingerlo, però, non si apre. Forzo un po’, ma poi mi dico che se mi mettono in linea mentre strattono e faccio chiasso, non darò una bella impressione. Al poliziotto di Porta Nuova mi dimentico di dire il mio nome. Mi spiego peggio di prima, lui resta interdetto e devo ripetere due volte la storia perché mi capisca. Dopo aver voluto sapere su quale treno sono, mi chiede il numero di telefono, che però non so dargli. «È quello da cui sto chiamando» aggiungo un po’ imbarazzato, poi mi scuso. «Non fa niente», mi rassicura, «chiamiamo subito qualcuno della stazione che vi venga ad aprire», e riattacca. Io ho paura che non verrà nessuno, che abbia creduto che fosse uno scherzo. Rido. E batto i pugni, e urlo di nuovo, ancora più forte. Tanto per provare.
Ancora i televisori e gli annunci di fuori. Stanno forse avvertendo i passeggeri di scendere dal treno a fine viaggio? Chissà… Nel frattempo posso chiamare Ale. Ma no, aspetto. Non arriva nessuno. Batto ancora i pugni contro la porta, ma poi penso che sia meglio non scaldarsi. Rischio di sprecare energie preziose. E consumare troppa aria… Se fra un quarto d’ora non sono arrivati, richiamo la polizia! Però che figura ci farei a parlare di nuovo col centralinista di prima, quello gentile! Ma si avvicinano delle voci… squillanti… e dei passi!… qualche vagone più indietro. Sì, camminano veloci. Allora busso e mi faccio sentire. Finalmente arrivano al mio vagone, e mi trovano. Mi avvisano di non spingere la porta. Trafficano con una chiave, ma non sanno come aprire. Né da quale serratura. La porta scatta lateralmente, ma resta chiusa. Loro mi ripetono di non spingerla. E chi ci pensa? Senza nemmeno sfiorarla, mi sono già rimesso giacca e zaino; e ora aspetto tranquillo, a mezzo metro di distanza, le braccia lunghe distese, e me la sorrido. Mi sfiora un dubbio: e se non riuscissero ad aprirla? No, tra poco ce la faranno… Qualche secondo dopo, troc troc, una chiavetta gira e …aperto! Davanti a me due giovani, dallo spiccato accento meridionale, mi domandano se vada tutto bene. Poi uno mi chiede perché fossi lì, e se non mi fossi accorto che il treno era arrivato in stazione. Uscendo di lì, rispondo che dovevo andare in bagno e che sì, me ne ero accorto, ma non riuscivo più ad aprire la porta…
Mentre ci avviamo verso il vagone successivo, quello che porta alla locomotiva, uno dei due, che era rimasto indietro, ci dice di tornare da lui. Ha i capelli color ambra e l’accento toscano. Sta provando ad aprire la portiera che abbiamo appena passato. Traffica un po’, ma non ci riesce; e così riprendiamo il corridoio di prima. Con qualche difficoltà riesce finalmente ad aprire la portiera in testa al treno. Nell’attesa li guardo. Avranno al massimo trent’anni, sembrano bonaccioni: «sono due ragazzi», mi dico. Ci aspetta una scaletta verticale; il primo mi dice di fare attenzione, perché i gradini sono lontani; poi pensa bene di ordinarmi di girarmi. Io però scendo normalmente, e con un saltino sono giù, all’aria aperta! Mi chiedono ancora un documento, per un controllo, e si consultano per stabilire se sia il caso di prendermi i dati. Quello dai capelli ambrati, che scrive, fa cenno di sì con la testa. L’altro, allora, gli detta le mie generalità, tenendo la mia carta di identità completamente rivolta verso il suo collega, spiaccicata al foglio su cui quello sta prendendo nota. Mi piace osservarli. Il toscano alza la ricetrasmittente e segnala “operazione compiuta”. Mi restituiscono il documento e mi dicono che posso andare. Li ringrazio ancora una volta e mi incammino verso l’uscita della stazione, a passo euforico. Per le strade del centro mi metto a cantare a voce alta, senza abbassarla nemmeno quando passo vicino alla gente. Che mi importa di quel che pensano? È la prima volta che ci riesco.
lunedì 5 novembre 2007
mercoledì 31 ottobre 2007
Last minute's banner
a Stéphane Mallarmé
L’ulcera morde, ahimé, son stato a tutti i party.
Fuggire! via fuggire! Dove ad aspettarti
Fluttuano beati pesci arcobaleno!
Niente, manco un invito a un vernissage osceno
Tratterrà il mio cuore che il tropico risana
Sole! Né il sorseggiare biologica tisana
In posti che la moda rende popolari,
Né la badante coi suoi languori avari.
Partirò! Pregusto l’ozio della calura,
Son quasi in vacanza se allaccio la cintura!
Una Fretta, assorbita tra impegni e scadenze,
Fissa già i ritorni scegliendo le partenze!
E, forse, il mio volo, solcando cieli strani
Sarà intercettato da razzi iraniani
Puntando, fuori uso, su spiagge di Hammamet…
Ma, cuore mio, afferra l’offerta del Club Med!
domenica 21 ottobre 2007
Fascista!
Verso le due del pomeriggio, due ragazzi salgono sul tram non troppo affollato e si piazzano al centro, nella parte circolare. Hanno sui diciassette anni, stanno tornando da scuola. Uno, grosso, porta una felpa nera col cappuccio; l’altro indossa una maglia granata. Parlano di un loro amico che ha preso a cazzotti un tipo.
«Non l’ha colpito solo alla mascella, ma anche sullo zigomo!» precisa divertito quello più grosso indicandosi il punto col dito. «Così fa davvero male. Non puoi neanche provare a risistemartelo muovendo la bocca: lì è davvero duro!»
«Benny [è un nome simbolico] voleva che intervenissimo. Ma noi cosa dovevamo fare, se gli amici di quello non facevano niente? Metterci in quattro?… Loro erano tre. Se avessero alzato le mani su Benny, allora sì… Ma così, cosa dovevamo fare?...».
Sorride mentre racconta del pestaggio, ha un’aria gioviale. Da alcune parole si capisce che c’è di mezzo una maglietta, ma i due vi accennano di sfuggita, dando la cosa per scontata.
Poi, quello con la felpa granata chiede al compagno se si picchi spesso.
«Noh!», gli risponde l’altro, «È solo Benny che attacca sempre briga. - Tu invece?».
«No, io mai veramente. Solo una volta ho rischiato di picchiarmi sul serio».
E gli domanda se conosce un certo Robi.
«Quale, quello della H? Sì, so chi è. A quello lì basta che gli dai uno spintone che finisce a terra!»
Viene presto fuori che sta sul culo a tutti e due. Era stato proprio Robi, una volta, ad invitare a casa sua il ragazzo dalla felpa granata, all’uscita di scuola; questi aveva pensato che se ci andava non si sarebbe dovuto preparare da mangiare, e così aveva accettato. Lungo la strada, però, Robi aveva cominciato a tirargli dei cazzotti, uno, due, tre… E lui ogni volta rispondeva al gioco, che però stava diventando troppo pesante, perché quello i pugni glieli tirava anche all’inguine, dove fanno male…
Il racconto è interrotto dall’arrivo di altri due compagni di classe, che finora erano rimasti a chiacchierare al fondo del tram. Parlano in maniera piuttosto pulita, è evidente che frequentano tutti quanti il liceo. Anche a loro il ragazzo in nero ripete la storia del tipo preso a pugni per la maglietta, e di come fossero poi saliti al volo sul 15, e uno di loro, esaltato, non riuscisse a smettere parlare di ciò che aveva appena fatto Benny.
«Ma…» chiede incuriosito uno dei nuovi arrivati, dai capelli curati e uno stile artistico: «Gli amici di quello non hanno fatto niente?»
Qui, finalmente, quello grosso può riferire disdegnosamente: «Uno si è girato impaurito dall’altra parte. L’altro si è coperto il viso con le mani!».
Sorridono tutti e quattro. A questo punto quello di prima si informa divertito: «Sì, ma com’è che è cominciata?»
«Quei tre tipi stavano chiacchierando sulla panchina. Benny si è avvicinato e ha detto a quello in mezzo: “Carina questa maglietta…!” Poi gli ha detto di togliersela subito, perché era da fascista. Quello se l’è tirata subito via, ma Benny non gli ha lasciato il tempo e ha iniziato a prenderlo a pugni!»
«Non l’ha colpito solo alla mascella, ma anche sullo zigomo!» precisa divertito quello più grosso indicandosi il punto col dito. «Così fa davvero male. Non puoi neanche provare a risistemartelo muovendo la bocca: lì è davvero duro!»
«Benny [è un nome simbolico] voleva che intervenissimo. Ma noi cosa dovevamo fare, se gli amici di quello non facevano niente? Metterci in quattro?… Loro erano tre. Se avessero alzato le mani su Benny, allora sì… Ma così, cosa dovevamo fare?...».
Sorride mentre racconta del pestaggio, ha un’aria gioviale. Da alcune parole si capisce che c’è di mezzo una maglietta, ma i due vi accennano di sfuggita, dando la cosa per scontata.
Poi, quello con la felpa granata chiede al compagno se si picchi spesso.
«Noh!», gli risponde l’altro, «È solo Benny che attacca sempre briga. - Tu invece?».
«No, io mai veramente. Solo una volta ho rischiato di picchiarmi sul serio».
E gli domanda se conosce un certo Robi.
«Quale, quello della H? Sì, so chi è. A quello lì basta che gli dai uno spintone che finisce a terra!»
Viene presto fuori che sta sul culo a tutti e due. Era stato proprio Robi, una volta, ad invitare a casa sua il ragazzo dalla felpa granata, all’uscita di scuola; questi aveva pensato che se ci andava non si sarebbe dovuto preparare da mangiare, e così aveva accettato. Lungo la strada, però, Robi aveva cominciato a tirargli dei cazzotti, uno, due, tre… E lui ogni volta rispondeva al gioco, che però stava diventando troppo pesante, perché quello i pugni glieli tirava anche all’inguine, dove fanno male…
Il racconto è interrotto dall’arrivo di altri due compagni di classe, che finora erano rimasti a chiacchierare al fondo del tram. Parlano in maniera piuttosto pulita, è evidente che frequentano tutti quanti il liceo. Anche a loro il ragazzo in nero ripete la storia del tipo preso a pugni per la maglietta, e di come fossero poi saliti al volo sul 15, e uno di loro, esaltato, non riuscisse a smettere parlare di ciò che aveva appena fatto Benny.
«Ma…» chiede incuriosito uno dei nuovi arrivati, dai capelli curati e uno stile artistico: «Gli amici di quello non hanno fatto niente?»
Qui, finalmente, quello grosso può riferire disdegnosamente: «Uno si è girato impaurito dall’altra parte. L’altro si è coperto il viso con le mani!».
Sorridono tutti e quattro. A questo punto quello di prima si informa divertito: «Sì, ma com’è che è cominciata?»
«Quei tre tipi stavano chiacchierando sulla panchina. Benny si è avvicinato e ha detto a quello in mezzo: “Carina questa maglietta…!” Poi gli ha detto di togliersela subito, perché era da fascista. Quello se l’è tirata subito via, ma Benny non gli ha lasciato il tempo e ha iniziato a prenderlo a pugni!»
lunedì 8 ottobre 2007
A scuola
Oggi una bambina si è avvicinata e mi ha abbracciato.
Poi mi ha chiesto: «Tu ce l’hai la ragazza?»
«Adesso no…» le ho risposto.
«Perché io mi sono già innamorata di te!»
Poi mi ha chiesto: «Tu ce l’hai la ragazza?»
«Adesso no…» le ho risposto.
«Perché io mi sono già innamorata di te!»
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