Come mille granelli di sabbia
Parole coglierò dalle spiagge d'Amore
E te le soffierò contro con rabbia
Al primo sbuffo del mio ventoso umore.
mercoledì 21 marzo 2007
venerdì 16 marzo 2007
Tramonto di dicembre
Quella sera il sole sembrava un faro giallo puntato dal cielo.
Camminavo tra le foglie secche verso casa. Pochi minuti prima, ancora sul marciapiede, avevo visto l’orizzonte occidentale salmoneggiare. A un tratto me ne resi conto, mi girai e notai la luce di un faro potentissimo a ridosso di una casa; guardai meglio e capii che era il sole, che spuntava da un oblò apertosi in uno strato di nuvole grigio-chiare. Era giallo come un canarino, ma tanto abbagliante da sembrare il riflesso accecante del sole su uno specchio… E sotto di esso, sotto il gonfiore delle nuvole, si stendevano striati i riflessi giallo-arancioni e color salmone tipici del tramonto.
Ma Lui, quasi a irridere un sublime troppo facile, se ne restava adagiato più in alto, testa d’oro di bimbo su un morbido cuscino di nuvole.
Camminavo tra le foglie secche verso casa. Pochi minuti prima, ancora sul marciapiede, avevo visto l’orizzonte occidentale salmoneggiare. A un tratto me ne resi conto, mi girai e notai la luce di un faro potentissimo a ridosso di una casa; guardai meglio e capii che era il sole, che spuntava da un oblò apertosi in uno strato di nuvole grigio-chiare. Era giallo come un canarino, ma tanto abbagliante da sembrare il riflesso accecante del sole su uno specchio… E sotto di esso, sotto il gonfiore delle nuvole, si stendevano striati i riflessi giallo-arancioni e color salmone tipici del tramonto.
Ma Lui, quasi a irridere un sublime troppo facile, se ne restava adagiato più in alto, testa d’oro di bimbo su un morbido cuscino di nuvole.
giovedì 15 marzo 2007
Panbesulio e l'uomo col teatrino sul cuore
Oggi, quando Enrico mi ha portato a fare la passeggiatina quotidiana, ho visto un signore che aveva un teatrino appeso al collo. L’ho capito dai tendaggi che coprivano la scena, e si muovevano un po’ perché il signore camminava. Allora ho provato a guardare attraverso le tende, ma non sono riuscito a vedere niente - per un pelo.
Però, ha davvero un gran cuore quel signore! Sono proprio sicuro che se ne va in giro così, con quel teatrino attaccato al collo, perché ha tanta voglia di donare un po’ di cuore alla gente – di renderla felice, insomma, come mi correggerebbe Enrico. Solo che visto che il suo cuore vero mica lo può dare, allora ha deciso di offrire almeno uno spettacolino che metta di buon umore, e di metterlo in scena proprio lì accanto.
Sì, questa spiegazione mi soddisfa proprio. Peccato che Enrico non riesca mai a capire: anche questa volta ha sorriso alla mia osservazione, come se dovesse sempre avere ragione lui solo perché è più grande. Ha continuato a prendermi in giro per un bel po’. Se la rideva e mi ripeteva: “Ma che dici, Panbesulio! Erano solo le strisce dorate di una sciarpa!”. Dopodiché scoppiava in un'altra risata.
Per me, può dire tutto quello che vuole Enrico, tanto io rimango della mia idea: gli mancano gli occhi al cuore a quello lì!
Però, ha davvero un gran cuore quel signore! Sono proprio sicuro che se ne va in giro così, con quel teatrino attaccato al collo, perché ha tanta voglia di donare un po’ di cuore alla gente – di renderla felice, insomma, come mi correggerebbe Enrico. Solo che visto che il suo cuore vero mica lo può dare, allora ha deciso di offrire almeno uno spettacolino che metta di buon umore, e di metterlo in scena proprio lì accanto.
Sì, questa spiegazione mi soddisfa proprio. Peccato che Enrico non riesca mai a capire: anche questa volta ha sorriso alla mia osservazione, come se dovesse sempre avere ragione lui solo perché è più grande. Ha continuato a prendermi in giro per un bel po’. Se la rideva e mi ripeteva: “Ma che dici, Panbesulio! Erano solo le strisce dorate di una sciarpa!”. Dopodiché scoppiava in un'altra risata.
Per me, può dire tutto quello che vuole Enrico, tanto io rimango della mia idea: gli mancano gli occhi al cuore a quello lì!
Epigramma (dalla Nuovissima Antologia Palatina)
Quando la tonda Lea stanca languisce
E la passione sua par quasi spenta
«Sarò il tuo fuoco!» squillo a mo’ di sveglia, e prego:
«Sollevami al piacere come una mongolfiera!»
E la passione sua par quasi spenta
«Sarò il tuo fuoco!» squillo a mo’ di sveglia, e prego:
«Sollevami al piacere come una mongolfiera!»
lusinghe d'amore
"Parlare delle parole è un po’ come disegnare un gelato
Usando il cono come pennello" (Francesco Conte ?)
per te dipingerò le stelle
usando come tela il cielo:
pennelli saranno i nostri baci
il colore lo prenderò dai tuoi occhi
Usando il cono come pennello" (Francesco Conte ?)
per te dipingerò le stelle
usando come tela il cielo:
pennelli saranno i nostri baci
il colore lo prenderò dai tuoi occhi
martedì 13 marzo 2007
Panbesulio e la Luna Rossa
Sabato sera Enrico mi ha portato fuori con lui. “Stai diventando grande, Panbesulio!”, mi ha detto: “d’ora in poi qualche volta potrai uscire con me anche la sera”. Siamo andati sul Po, in un posto pieno di locali chiamato i “Murazzi”.
Io ero contentissimo d’uscire, però Enrico se ne stava tutto il tempo a gurdare le ragazze che passavano, allora per non annoiarmi ho deciso di fare quattro chiacchiere con la Luna. Non l’avessi mai fatto! Non appena l’ho guardata, è diventata tutta rossa! Le ho detto che non doveva essere timida, ma lei mi ha rimbeccato:
“Non sono timida, caro Panbesulio, è solo che ho tanta paura. Non vedi che la Notte mi vuol mangiare? Guarda, mi ha già dato un morso, e ora sto sanguinando tutta!”.
Piangeva, la poverina, aveva paura per davvero. E non bastava fosse rossa, era diventata pure pallida pallida.
“Però non devi preoccuparti, Luna!”, le ho detto per calmarla: “è l’eclissi che ti ha fatto cambiare colore. Lo hanno detto anche al telegiornale che succedeva! Però stai tranquilla, non devi pensare che la Notte ti vuol mangiare”.
Ma lei ancora più agitata: “E allora perché sono così? Che malattia è l’eclissi? Dimmi, Panbesulio, ho qualche speranza di guarire?”
“Ma sì, sì! Gli scienziati dicono che l’eclissi sono il Sole e la Terra che si mettono d’accordo per farti un po’ d’ombra. Ma è solo uno scherzo: volevano vedere come reagivi. E tu ci sei cascata in pieno!”
A quel punto la Luna era più rossa che mai. Ma dopo un po’ si è calmata, e piano piano ha cominciato a ritornare luminosa, prima uno spicchio, poi un quarto, poi metà, e alla fine una tonda bella gialla Luna piena! Sì, mi piaceva proprio così chiara e sorridente. Però lo so che, dentro di sé, era ancora tutta rossa per aver essersi fatta fregare così da quello scherzetto!
Io ero contentissimo d’uscire, però Enrico se ne stava tutto il tempo a gurdare le ragazze che passavano, allora per non annoiarmi ho deciso di fare quattro chiacchiere con la Luna. Non l’avessi mai fatto! Non appena l’ho guardata, è diventata tutta rossa! Le ho detto che non doveva essere timida, ma lei mi ha rimbeccato:
“Non sono timida, caro Panbesulio, è solo che ho tanta paura. Non vedi che la Notte mi vuol mangiare? Guarda, mi ha già dato un morso, e ora sto sanguinando tutta!”.
Piangeva, la poverina, aveva paura per davvero. E non bastava fosse rossa, era diventata pure pallida pallida.
“Però non devi preoccuparti, Luna!”, le ho detto per calmarla: “è l’eclissi che ti ha fatto cambiare colore. Lo hanno detto anche al telegiornale che succedeva! Però stai tranquilla, non devi pensare che la Notte ti vuol mangiare”.
Ma lei ancora più agitata: “E allora perché sono così? Che malattia è l’eclissi? Dimmi, Panbesulio, ho qualche speranza di guarire?”
“Ma sì, sì! Gli scienziati dicono che l’eclissi sono il Sole e la Terra che si mettono d’accordo per farti un po’ d’ombra. Ma è solo uno scherzo: volevano vedere come reagivi. E tu ci sei cascata in pieno!”
A quel punto la Luna era più rossa che mai. Ma dopo un po’ si è calmata, e piano piano ha cominciato a ritornare luminosa, prima uno spicchio, poi un quarto, poi metà, e alla fine una tonda bella gialla Luna piena! Sì, mi piaceva proprio così chiara e sorridente. Però lo so che, dentro di sé, era ancora tutta rossa per aver essersi fatta fregare così da quello scherzetto!
Presentazione di Panbesulio
Tra le pagine troppo spesso ironiche di questo blog, mi è parso importante riservare uno spazio ai pensieri e alle storie del mio piccolo amico Panbesulio.
Pochi di voi, credo, lo conoscono, benché negli ultimi mesi sia stato il compagno più fedele delle mie lunghe e solitarie passeggiate. Cercherò allora di presentarvelo.
Panbesulio è un cagnolino, o forse un insetto, o magari semplicemente un bambino. Quando alcuni conoscenti francesi me ne parlarono per la prima volta, me lo descrissero come un mostriciattolo di natura. “È un insettuccio, mi dissero, che ha bisogno di far l’amore tutto il giorno, freneticamente, su tutto: le femmine della sua specie o il primo oggetto qualunque che gli capiti a tiro, per lui non fa differenza”. Quando però lo incontrai, mentre mi trovavo in viaggio a Barcellona con Maria, scoprii che la realtà era ben diversa dalla leggenda che andava diffondendosi. Al solo sentirlo parlare, nel suo modo squillante sempre accompagnato da tanti piccoli gesti, rimasi colpito dalla tenerezza della sua persona, dalla non comune sensibilità, celate dietro alla solare allegria e a quella maschera di sfrenata sensualità – in realtà un fanciullesco entusiasmo per tutto quanto capiti sotto i suoi sensi - che era stato costretto ad indossare dal capriccioso gusto dei suoi presunti amici d’allora; il gusto di poter prendere in giro in lui difetti propri, di cui avrebbero altrimenti dovuto prender coscienza, e provar vergogna.
Commosso dalle precarie condizioni in cui si trovava quando l’ho conosciuto, decisi di adottarlo. Così, dalla fine dell’estate scorsa, dal mio ritorno da Atene, Panbesulio vive con me. Ogni giorno tiene compagnia alle mie ore di cammino; passeggiando insieme, a volte parliamo, facendo qualche battuta e commento sulla gente che passa, sulle cose che succedono attorno a noi, sulle vie, sulle case, sulle scritte in cui ci imbattiamo, e, soprattutto, sui tesori della natura che entrambi ammiriamo; più spesso ancora, però, e nonostante la sua estrema ipercinetica vivacità, taciamo: ci limitiamo a contemplare, e a serbare le belle immagini nel cuore. A sera, poi, ci scambiamo reciprocamente le impressioni su ciò che ci ha portato a sognare, o a meditare. Le sue osservazioni, all’apparenza ingenue, non cessano mai di stupirmi, e il risolino di scettico assecondamento che puntualmente si disegna sul mio volto non appena Panbesulio comincia a parlare, finisce per distendersi invariabilmente in un radioso sorriso di riconoscente considerazione.
Ma la mia gratitudine per l’entrata di questo meraviglioso essere nella mia vita ha raggiunto il punto di massima esultanza qualche giorno fa. Era mattina, e io mi ero eccezionalmente svegliato prima di mezzogiorno; Panbesulio, invece, continuava a dormire, fiduciosamente abbandonato al calore della sua cuccetta, con la boccuccia spalancata. Da qualche momento ero perso a guardarlo respirare così tenero e indifeso, quando la mia attenzione è stata attirata da un foglio che aveva lasciato la sera prima sul tavolo, accanto alle matite colorate; inizialmente avevo creduto si trattase di uno di quegli strambi disegni che tanto gli piace fare, ma poi vi ho riconosciuto una poesia. Leggendola, mi sono commosso. Perché non avrei mai creduto che dietro la travolgente e allegra giocosità della sua natura, si potesse nascondere un’anima a cui il Fato ha destinato la tristezza. Da quel giorno sento il piccolo Panbesulio più vicino che mai. Ma ecco la poesia:
Il mio cuore è una pietra, nera, tonda, levigata, su cui cadono gocce di pioggia - gli ammiccamenti della vita. Cadono, ma la pietra è fredda e non sa trattenerle. E ogni goccia scivola lungo la superficie, lentamente, lentamente, scivola per poi perdersi, come una lacrima. Col passare del tempo però, una lieve conca si è scavata nel punto dove, goccia dopo goccia, bussava la vita. E sulla conca si è formata una piccola pozza riflettente. Così ora, se si guarda la mia pietra dall’alto, si può distinguere un occhio, che quieto contempla lo spettacolo cangiante che il mondo gli offre. E di tanto in tanto, dal suo sguardo commosso e riconoscente, trapela malinconica una lacrima.
Ps.: qualcuno potrà domandarsi con che diritto pubblichi sul mio blog pagine del diario del mio giovane amico. La verità è che non potrei fare altrimenti. Tale e tanta è l’amicizia che negli ultmi mesi ci ha legati che, omettendo i suoi aneddoti e le sue riflessioni, mi sembrerebbe di tralasciare qualcosa che è ormai parte anche di me. E poi è lo stesso Panbesulio che me lo ha chiesto. Negli ultimi giorni non fa che ripetere con un’insistenza esasperante: “Quand’è che mi fai il blog? Quand’è che mi fai il blog?”. All’inizio voleva mettere su un blog tutto suo, ma io sono stato categorico: gli ho risposto che è troppo piccolo, e che per qualche anno non se ne parla. Sono troppo apprensivo? Non lo so. Ma vorrei evitare che il suo cuore semplice possa cadere nei tranelli della gente cattiva sempre in agguato in rete. La prudenza su Internet non è mai troppa.
Un abbraccio a tutti, enrico
Pochi di voi, credo, lo conoscono, benché negli ultimi mesi sia stato il compagno più fedele delle mie lunghe e solitarie passeggiate. Cercherò allora di presentarvelo.
Panbesulio è un cagnolino, o forse un insetto, o magari semplicemente un bambino. Quando alcuni conoscenti francesi me ne parlarono per la prima volta, me lo descrissero come un mostriciattolo di natura. “È un insettuccio, mi dissero, che ha bisogno di far l’amore tutto il giorno, freneticamente, su tutto: le femmine della sua specie o il primo oggetto qualunque che gli capiti a tiro, per lui non fa differenza”. Quando però lo incontrai, mentre mi trovavo in viaggio a Barcellona con Maria, scoprii che la realtà era ben diversa dalla leggenda che andava diffondendosi. Al solo sentirlo parlare, nel suo modo squillante sempre accompagnato da tanti piccoli gesti, rimasi colpito dalla tenerezza della sua persona, dalla non comune sensibilità, celate dietro alla solare allegria e a quella maschera di sfrenata sensualità – in realtà un fanciullesco entusiasmo per tutto quanto capiti sotto i suoi sensi - che era stato costretto ad indossare dal capriccioso gusto dei suoi presunti amici d’allora; il gusto di poter prendere in giro in lui difetti propri, di cui avrebbero altrimenti dovuto prender coscienza, e provar vergogna.
Commosso dalle precarie condizioni in cui si trovava quando l’ho conosciuto, decisi di adottarlo. Così, dalla fine dell’estate scorsa, dal mio ritorno da Atene, Panbesulio vive con me. Ogni giorno tiene compagnia alle mie ore di cammino; passeggiando insieme, a volte parliamo, facendo qualche battuta e commento sulla gente che passa, sulle cose che succedono attorno a noi, sulle vie, sulle case, sulle scritte in cui ci imbattiamo, e, soprattutto, sui tesori della natura che entrambi ammiriamo; più spesso ancora, però, e nonostante la sua estrema ipercinetica vivacità, taciamo: ci limitiamo a contemplare, e a serbare le belle immagini nel cuore. A sera, poi, ci scambiamo reciprocamente le impressioni su ciò che ci ha portato a sognare, o a meditare. Le sue osservazioni, all’apparenza ingenue, non cessano mai di stupirmi, e il risolino di scettico assecondamento che puntualmente si disegna sul mio volto non appena Panbesulio comincia a parlare, finisce per distendersi invariabilmente in un radioso sorriso di riconoscente considerazione.
Ma la mia gratitudine per l’entrata di questo meraviglioso essere nella mia vita ha raggiunto il punto di massima esultanza qualche giorno fa. Era mattina, e io mi ero eccezionalmente svegliato prima di mezzogiorno; Panbesulio, invece, continuava a dormire, fiduciosamente abbandonato al calore della sua cuccetta, con la boccuccia spalancata. Da qualche momento ero perso a guardarlo respirare così tenero e indifeso, quando la mia attenzione è stata attirata da un foglio che aveva lasciato la sera prima sul tavolo, accanto alle matite colorate; inizialmente avevo creduto si trattase di uno di quegli strambi disegni che tanto gli piace fare, ma poi vi ho riconosciuto una poesia. Leggendola, mi sono commosso. Perché non avrei mai creduto che dietro la travolgente e allegra giocosità della sua natura, si potesse nascondere un’anima a cui il Fato ha destinato la tristezza. Da quel giorno sento il piccolo Panbesulio più vicino che mai. Ma ecco la poesia:
Il mio cuore è una pietra, nera, tonda, levigata, su cui cadono gocce di pioggia - gli ammiccamenti della vita. Cadono, ma la pietra è fredda e non sa trattenerle. E ogni goccia scivola lungo la superficie, lentamente, lentamente, scivola per poi perdersi, come una lacrima. Col passare del tempo però, una lieve conca si è scavata nel punto dove, goccia dopo goccia, bussava la vita. E sulla conca si è formata una piccola pozza riflettente. Così ora, se si guarda la mia pietra dall’alto, si può distinguere un occhio, che quieto contempla lo spettacolo cangiante che il mondo gli offre. E di tanto in tanto, dal suo sguardo commosso e riconoscente, trapela malinconica una lacrima.
Ps.: qualcuno potrà domandarsi con che diritto pubblichi sul mio blog pagine del diario del mio giovane amico. La verità è che non potrei fare altrimenti. Tale e tanta è l’amicizia che negli ultmi mesi ci ha legati che, omettendo i suoi aneddoti e le sue riflessioni, mi sembrerebbe di tralasciare qualcosa che è ormai parte anche di me. E poi è lo stesso Panbesulio che me lo ha chiesto. Negli ultimi giorni non fa che ripetere con un’insistenza esasperante: “Quand’è che mi fai il blog? Quand’è che mi fai il blog?”. All’inizio voleva mettere su un blog tutto suo, ma io sono stato categorico: gli ho risposto che è troppo piccolo, e che per qualche anno non se ne parla. Sono troppo apprensivo? Non lo so. Ma vorrei evitare che il suo cuore semplice possa cadere nei tranelli della gente cattiva sempre in agguato in rete. La prudenza su Internet non è mai troppa.
Un abbraccio a tutti, enrico
sabato 10 marzo 2007
Post-scritto alla Teoria dell'escremento mancato
Un illuminante suggerimento dell’eminente filologo Carlo Chiapponi getta una luce tutta nuova sulla ricchezza nascosta nel linguaggio; ricchezza che passa il più delle volte inosservata a causa dell'uso incosciente che ne facciamo. Sembrerebbe infatti che della teoria dell’escremento mancato sia rimasta una traccia nelle successive trasformazioni della lingua latino-italica, traccia rimossa ma mai del tutto eliminata dai progressi igienofori della civiltà. Se infatti si osserva attentamente la composizione della parola “cultura”, si capirà che cultura è propriamente ed essenzialmente “ciò che il cul tura”, cioè l’impulso psichico primario a ritenere lo stimolo organico; e, insieme, il primo movimento di oscillazione ritmata delle natiche e contrazione spasmodica dei muscoli anali, che permette a livello corporeo di trattenere lo stimolo stesso, vale a dire di “culturare” l’uomo.
martedì 6 marzo 2007
Recensione dell'articolo "Shit as anthropogenic element" del professor Yannis Skatologos
La civiltà è nata dalla vergogna degli ominidi di mostrarsi a far la cacca. È questa la rivoluzionaria tesi recentemente presentata dal professor Skatologos dell'Istituto di Ricerche Antropologiche di Atene. Nel suo articolo Shit as anthropogenic element, apparso sul numero di febbraio della rivista Homo, humus, il celebre ricercatore greco ha infatti stabilito un nesso tra la comparsa, nei primi esseri antropomorfi, di un'elementare forma di pudore e inibizione, e l’apparire di forme rituali quali la danza. Secondo l'ipotesi dello Skatologos, uno dei primi ominidi, probabilmente di sesso femminile, avrebbe un giorno sentito lo stimolo del tutto naturale ad andar di corpo; contrariamente a quanto accaduto fino ad allora, provò però anche un impulso (di natura psichica) a nascondere lo stimolo stesso ai suoi simili, in un moto di arrossimento primordiale del viso peloso che parrebbe essere alla base della vergogna. Secondo la stessa teoria (perciò battezzata “teoria dell’escremento mancato”), per trattenersi e nascondere l'intima tensione, l'ominide non avrebbe poi potuto fare a meno di dibattersi e, non riuscendo a contenersi, di cominciare a muoversi al medesimo tempo ritmicamente e convulsamente, a passi febbrili e quasi cadenzati. Fu così che comparve un primo abbozzo di rituale, contraddistinto dalle ripetizioni cicliche e autonome di medesimi gesti e movimenti, accompagnati da smorfie disumane (ciò che spiegherebbe anche l’origine del culto delle maschere), in rottura con la tendenza animale a reagire in tutta istintività agli stimoli del corpo.
Per quanto possa apparire assai curiosa, se non addirittura fantasiosa, la teoria del professor Skatologos ha il merito di stabilire per la prima volta un legame tra: 1) l'emergere di forme di inibizione, e 2) l'instaurarsi di pratiche rituali e 3) di costumi. Tutti elementi, questi, che differenziano l'essere umano in quanto portatore di cultura rispetto agli altri animali. Fino ad oggi non era stato infatti ancora individuato alcun fenomeno protoculturale in cui fosse rilevabile con tanta evidenza tale triplice articolazione interna. Cosicché, grazie alle intuizioni contenute in questo studio, si potrà ormai del tutto legittimamente e senza vergogna sostenere che, seppur la teoria dell'escremento mancato del professor Skatologos possa suscitare dubbi e perplessità sul piano del fondatezza storica e della sua dimostrabilità, purtuttavia essa rappresenta un simbolo trasparente del passaggio dell'uomo alla Cultura, e della sua trionfale entrata nella Storia.
Per quanto possa apparire assai curiosa, se non addirittura fantasiosa, la teoria del professor Skatologos ha il merito di stabilire per la prima volta un legame tra: 1) l'emergere di forme di inibizione, e 2) l'instaurarsi di pratiche rituali e 3) di costumi. Tutti elementi, questi, che differenziano l'essere umano in quanto portatore di cultura rispetto agli altri animali. Fino ad oggi non era stato infatti ancora individuato alcun fenomeno protoculturale in cui fosse rilevabile con tanta evidenza tale triplice articolazione interna. Cosicché, grazie alle intuizioni contenute in questo studio, si potrà ormai del tutto legittimamente e senza vergogna sostenere che, seppur la teoria dell'escremento mancato del professor Skatologos possa suscitare dubbi e perplessità sul piano del fondatezza storica e della sua dimostrabilità, purtuttavia essa rappresenta un simbolo trasparente del passaggio dell'uomo alla Cultura, e della sua trionfale entrata nella Storia.
Il mediatore liberista di strada
Un'amara riflessione sulla deprecabile mancanza di razionalizzazione del sistema-beneficenza attuale. (stralcio di lettera)
"Credo che, nell’ottica dell’agire nel concreto, sarebbe utile aprire un servizio di pubblic relations tra le mogli dei ricchi uomini d’affari, i barboni di portici e stazioni, istituzioni e forze dell’ordine. Proprio l’altro giorno mia zia (la moglie del direttore di banca) si lamentava di non riuscire a distribuire ai clochards giacche a doppio petto appena appena usate dal marito. Orgogliosamente non le accettavano, infastidendola, forse nella paura di non ricevere più la carità nel caso fossero troppo ben vestiti; oppure, di esser fermati da qualche poliziotto insospettito sulla provenienza dei loro abiti di lusso. Personalmente, credo che avrebbero incontrato difficoltà anche a rivenderli. Un’altra dimostrazione dell’ingiustizia e della disparità insite nel sistema attuale, che impedisce il pieno sviluppo del principio di libera impresa e di speculazione ad una parte ingente della società (il tutto mescolantesi ad una serie di pregiudizi morali e d’onore non si sa quanto intenzionalmente trascurati dai fiacchi ideologi del demo-economicismo: ad esempio, come reagirebbe la zia in questione se sapesse che un suo dono è stato riciclato a fini di lucro?). Il ruolo del mediatore liberista di strada sarebbe quello di assicurare il pieno inserimento nel sistema di scambio ai senza-fissa-dimora: facendo da medio e garante negli scambi tra benefattrici facoltose e i soggetti in questione, attraverso – quando si rivelasse necessaria – un’opera di pressione sulla classe politica, atta a riconoscere dignità di virtuoso scambio economico (sottoponibile alle tutele di un regolare contratto) al rapporto tra accettazione della beneficenza da una parte, e soddisfazione dei buoni sentimenti dall’altra - rapporto stupidamente trascurato dagli amministratori attuali del sistema (ciò che, a guardar bene, mette in luce il deprecabile stato di arretratezza della razionalizzazione dei rapporti tra individui nella nostra società)".
"Credo che, nell’ottica dell’agire nel concreto, sarebbe utile aprire un servizio di pubblic relations tra le mogli dei ricchi uomini d’affari, i barboni di portici e stazioni, istituzioni e forze dell’ordine. Proprio l’altro giorno mia zia (la moglie del direttore di banca) si lamentava di non riuscire a distribuire ai clochards giacche a doppio petto appena appena usate dal marito. Orgogliosamente non le accettavano, infastidendola, forse nella paura di non ricevere più la carità nel caso fossero troppo ben vestiti; oppure, di esser fermati da qualche poliziotto insospettito sulla provenienza dei loro abiti di lusso. Personalmente, credo che avrebbero incontrato difficoltà anche a rivenderli. Un’altra dimostrazione dell’ingiustizia e della disparità insite nel sistema attuale, che impedisce il pieno sviluppo del principio di libera impresa e di speculazione ad una parte ingente della società (il tutto mescolantesi ad una serie di pregiudizi morali e d’onore non si sa quanto intenzionalmente trascurati dai fiacchi ideologi del demo-economicismo: ad esempio, come reagirebbe la zia in questione se sapesse che un suo dono è stato riciclato a fini di lucro?). Il ruolo del mediatore liberista di strada sarebbe quello di assicurare il pieno inserimento nel sistema di scambio ai senza-fissa-dimora: facendo da medio e garante negli scambi tra benefattrici facoltose e i soggetti in questione, attraverso – quando si rivelasse necessaria – un’opera di pressione sulla classe politica, atta a riconoscere dignità di virtuoso scambio economico (sottoponibile alle tutele di un regolare contratto) al rapporto tra accettazione della beneficenza da una parte, e soddisfazione dei buoni sentimenti dall’altra - rapporto stupidamente trascurato dagli amministratori attuali del sistema (ciò che, a guardar bene, mette in luce il deprecabile stato di arretratezza della razionalizzazione dei rapporti tra individui nella nostra società)".
Metamorfosi di una nuvola (cieli di Torino, 2-3-2007)
C’era una sciarpa a trine in cielo
Dal color perla e arcobaleno
Che piano s’allungò in due gambine
Rosa su grigio
Di dormiente corpicino.
Orfanello del giorno
Morente te ne andavi…
In grigio-azzurra polvere
Al vento decomposto.
Dal color perla e arcobaleno
Che piano s’allungò in due gambine
Rosa su grigio
Di dormiente corpicino.
Orfanello del giorno
Morente te ne andavi…
In grigio-azzurra polvere
Al vento decomposto.
Una suggestione
Immaginate un uomo – disse -, che abbia preso l’abitudine di nutrirsi in modo irregolare, e in cui si sia annidata, per così dire, una fame cronica di fondo. Adesso supponete che quest’uomo, nutrito di cultura filosofica, abbia anche la tendenza a credere alle suggestioni a cui è indotto dalle proprie sensazioni. Non vi sarà difficile comprendere come possa radicarsi in lui l’idea di una fame metafisica; insieme a quest’altra, ad essa conseguente, del carattere fittizio, forse addirittura peccaminoso, di ogni nutrizione puramente materiale. E quanto quest’uomo possa allora essere sensibile al richiamo di perseverare nel suo nascente proposito di digiuno; nella convinzione che, alimentandosi in eccesso, non farebbe altro che ottundere l’acutezza del senso spirituale appena scoperto. Se riuscite a comprendere questo – concluse -, le origini di ogni tendenza ascetica non saranno più un mistero per voi.
Breve saggio su un pensiero di Walter Benjamin
“Un’opera d’arte è buona se è nata da necessità. In questa maniera della sua origine risiede il suo giudizio: non v’è altro.”
R. M. Rilke
C’è un appunto di Walter Benjamin piuttosto noto:
“Tutto è pensato. Pernottare in un pensiero. Se ho passato la notte al suo interno, so qualcosa di esso che nemmeno il suo autore presagiva”[1]
Più oscure sono però le circostanze della sua origine, tanto che molto spesso si è voluto interpretarlo come espressione di un concetto puramente spirituale, dimenticando la genesi materiale di ogni pensiero concepibile dall’uomo. Lo scopo di questo articolo è di fare un po’ di luce sulla sua storia, e di abbozzare la definizione del dominio entro cui l’opinione del poeta idealista Rilke sulla nascita di ogni pensiero geniale può aver senso da un punto di vista genuinamente marxista.
Pare che un pomeriggio del 1929 il futuro autore delle Tesi di filosofia della Storia ricevesse una telefonata dal suo collega e amico Adorno. La sua voce era spezzata, c’era una vena di disperazione nel suo modo di parlare.
“Walter – gli disse – sono nei guai, devi aiutarmi! Dimmi, quand’è che ci possiamo incontrare?”
“ Beh, non saprei… Sta sera al ristorante del Ritz?”
“ Va bene, va bene… - rispose agitato Adorno. – Ma tu vieni, non mancare! Ho bisogno di te!”
Abbassando il ricevitore, Benjamin si sentì alquanto scosso: era la prima volta che Adorno gli dava del tu. Doveva trattarsi di qualcosa di molto grave, pensò.
La sera i due si trovarono come stabilito. Adorno arrivò con qualche minuto di ritardo; i suoi passi erano nervosi, tremava.
“Sai Walter - cominciò senza neanche salutarlo – il mio rapporto con Gretel è in crisi! Continua a rimproverarmi che la sera non sto mai a casa. È esasperante. Sospetta che abbia un’amante, e ha persino minacciato di cambiare la serratura se le mie assenze continueranno ad esser così frequenti. Dice che non mi vuole più sposare! Ma non capisce, non vuole saperne di quanto mi senta soffocato quando sono obbligato a stare tutta la notte con lei, e a ritrovarmela a fianco la mattina. Non sai che strazio per i miei pensieri! Però se glielo dico, ecco che mi risponde sarcastica: “Ancora questa storia dei pensieri! Theodor, se vuoi andare con un’altra trova almeno una scusa più convincente! Lo sai benissimo che tutto è già stato pensato!” E adesso, ogni volta che faccio per uscire, mi grida: “Non mi ami più! Tieni più ai tuoi pensieri che a me!”. Io le ripeto sempre che non è vero, che sono ancora innamorato di lei come il primo giorno, che vorrei passare tutto il tempo a pensare a lei, soltanto a lei… - Qui esitò. Prese fiato, ma prima di poter ricominciare scoppiò in lacrime: - Ma non posso! Tu Walter, tu solo mi puoi capire! Non riesco a rinunciare a pensar male della classe borghese per dedicare tutte le mie cure a lei. E poi sarebbe una condotta da traditori! Walter, ti prego, devi far qualcosa!”
“Hai ragione, sì. Ma cosa?”
“Qualcosa, qualsiasi cosa, pur di non restarcene qui con le mani in mano come due intellettuali! E poi tu la conosci, sai com’è fatta. Lo so che vi scrivete spesso lunghe lettere. E so anche che di te si fida. Prova a scriverle qualcosa, dai, qualche riga. Fallo per me! E se non per me, fallo per solidarietà alla classe dei critici della società!”
“D’accordo, d’accordo. Cercherò d’inventarmi qualcosa per calmarla. Ma adesso bevi un po’, ché sembri uno straccio. E soprattutto, smettila di preoccuparti. Vedrai che riusciremo ad aggiustare la cose!”
“Oh, grazie, Walter! Grazie! Lo sai quanto ti stimo, come recensore e come confidente! Se non fosse per te, la totalità della causa rivoluzionaria potrebbe andare in fumo!”
Per tutta la sera Benjamin pensò ad un biglietto da mandare alla compagna dell’amico. In fondo sì, lo capiva. Capiva che se la prostituta è il simbolo della società mercificatrice capitalista, la donna come fidanzata e futura moglie può raccogliere in sé tutte le istanze contro-rivoluzionarie, mutandosi in un buco nero capace di risucchiare fino all’ultima tutte le pulsioni alla trasformazione.
Fu allora che concepì quel pensiero.
Prese della carta da lettere, impugnò la penna e scrisse:
“Cara Gretel,
oggi ho visto Theodor. Mi sembrava sconvolto. Ti ama, ne sono certo. Mi ha detto ciò che gli rimproveri. Ma tu devi essere più comprensiva con lui. Lo so, è vero che tutto è già stato pensato. Però ci è ancora possibile pernottare in un pensiero. E se ci si passa la notte al suo interno, si sa qualcosa di esso che nemmeno il suo autore presagiva. Non ha nessun'amante, te lo posso garantire. È solo un po’ troppo preso dalle sue riflessioni. E poi, non puoi mica pretendere che stia dentro soltanto a… Scusa, ma vedi, mi fai scrivere delle cose che non dovrei. Dai, sii paziente.
Tuo, Walter.
ps.: A proposito, hai mai notato le rughette che si formano attorno agli occhi di un uomo quando, sentendo che sta per piangere, cerca di reprimere il suo impulso, e non ci riesce? Fino ad oggi avevo pensato che si trattasse di una caratteristica tipica della dignità della classe proletaria. Ma vedendole in Theodor, ho capito che l’umanità, l’umanità vera, può esistere anche tra borghesi, purché si ritrovino uniti per la rivoluzione. È un ottima persona, non sprecare questo tesoro a causa di futili gelosie. Cerca di sopportarlo.
[1] W. B., appunto manoscritto in un quaderno del 1928-29.
R. M. Rilke
C’è un appunto di Walter Benjamin piuttosto noto:
“Tutto è pensato. Pernottare in un pensiero. Se ho passato la notte al suo interno, so qualcosa di esso che nemmeno il suo autore presagiva”[1]
Più oscure sono però le circostanze della sua origine, tanto che molto spesso si è voluto interpretarlo come espressione di un concetto puramente spirituale, dimenticando la genesi materiale di ogni pensiero concepibile dall’uomo. Lo scopo di questo articolo è di fare un po’ di luce sulla sua storia, e di abbozzare la definizione del dominio entro cui l’opinione del poeta idealista Rilke sulla nascita di ogni pensiero geniale può aver senso da un punto di vista genuinamente marxista.
Pare che un pomeriggio del 1929 il futuro autore delle Tesi di filosofia della Storia ricevesse una telefonata dal suo collega e amico Adorno. La sua voce era spezzata, c’era una vena di disperazione nel suo modo di parlare.
“Walter – gli disse – sono nei guai, devi aiutarmi! Dimmi, quand’è che ci possiamo incontrare?”
“ Beh, non saprei… Sta sera al ristorante del Ritz?”
“ Va bene, va bene… - rispose agitato Adorno. – Ma tu vieni, non mancare! Ho bisogno di te!”
Abbassando il ricevitore, Benjamin si sentì alquanto scosso: era la prima volta che Adorno gli dava del tu. Doveva trattarsi di qualcosa di molto grave, pensò.
La sera i due si trovarono come stabilito. Adorno arrivò con qualche minuto di ritardo; i suoi passi erano nervosi, tremava.
“Sai Walter - cominciò senza neanche salutarlo – il mio rapporto con Gretel è in crisi! Continua a rimproverarmi che la sera non sto mai a casa. È esasperante. Sospetta che abbia un’amante, e ha persino minacciato di cambiare la serratura se le mie assenze continueranno ad esser così frequenti. Dice che non mi vuole più sposare! Ma non capisce, non vuole saperne di quanto mi senta soffocato quando sono obbligato a stare tutta la notte con lei, e a ritrovarmela a fianco la mattina. Non sai che strazio per i miei pensieri! Però se glielo dico, ecco che mi risponde sarcastica: “Ancora questa storia dei pensieri! Theodor, se vuoi andare con un’altra trova almeno una scusa più convincente! Lo sai benissimo che tutto è già stato pensato!” E adesso, ogni volta che faccio per uscire, mi grida: “Non mi ami più! Tieni più ai tuoi pensieri che a me!”. Io le ripeto sempre che non è vero, che sono ancora innamorato di lei come il primo giorno, che vorrei passare tutto il tempo a pensare a lei, soltanto a lei… - Qui esitò. Prese fiato, ma prima di poter ricominciare scoppiò in lacrime: - Ma non posso! Tu Walter, tu solo mi puoi capire! Non riesco a rinunciare a pensar male della classe borghese per dedicare tutte le mie cure a lei. E poi sarebbe una condotta da traditori! Walter, ti prego, devi far qualcosa!”
“Hai ragione, sì. Ma cosa?”
“Qualcosa, qualsiasi cosa, pur di non restarcene qui con le mani in mano come due intellettuali! E poi tu la conosci, sai com’è fatta. Lo so che vi scrivete spesso lunghe lettere. E so anche che di te si fida. Prova a scriverle qualcosa, dai, qualche riga. Fallo per me! E se non per me, fallo per solidarietà alla classe dei critici della società!”
“D’accordo, d’accordo. Cercherò d’inventarmi qualcosa per calmarla. Ma adesso bevi un po’, ché sembri uno straccio. E soprattutto, smettila di preoccuparti. Vedrai che riusciremo ad aggiustare la cose!”
“Oh, grazie, Walter! Grazie! Lo sai quanto ti stimo, come recensore e come confidente! Se non fosse per te, la totalità della causa rivoluzionaria potrebbe andare in fumo!”
Per tutta la sera Benjamin pensò ad un biglietto da mandare alla compagna dell’amico. In fondo sì, lo capiva. Capiva che se la prostituta è il simbolo della società mercificatrice capitalista, la donna come fidanzata e futura moglie può raccogliere in sé tutte le istanze contro-rivoluzionarie, mutandosi in un buco nero capace di risucchiare fino all’ultima tutte le pulsioni alla trasformazione.
Fu allora che concepì quel pensiero.
Prese della carta da lettere, impugnò la penna e scrisse:
“Cara Gretel,
oggi ho visto Theodor. Mi sembrava sconvolto. Ti ama, ne sono certo. Mi ha detto ciò che gli rimproveri. Ma tu devi essere più comprensiva con lui. Lo so, è vero che tutto è già stato pensato. Però ci è ancora possibile pernottare in un pensiero. E se ci si passa la notte al suo interno, si sa qualcosa di esso che nemmeno il suo autore presagiva. Non ha nessun'amante, te lo posso garantire. È solo un po’ troppo preso dalle sue riflessioni. E poi, non puoi mica pretendere che stia dentro soltanto a… Scusa, ma vedi, mi fai scrivere delle cose che non dovrei. Dai, sii paziente.
Tuo, Walter.
ps.: A proposito, hai mai notato le rughette che si formano attorno agli occhi di un uomo quando, sentendo che sta per piangere, cerca di reprimere il suo impulso, e non ci riesce? Fino ad oggi avevo pensato che si trattasse di una caratteristica tipica della dignità della classe proletaria. Ma vedendole in Theodor, ho capito che l’umanità, l’umanità vera, può esistere anche tra borghesi, purché si ritrovino uniti per la rivoluzione. È un ottima persona, non sprecare questo tesoro a causa di futili gelosie. Cerca di sopportarlo.
[1] W. B., appunto manoscritto in un quaderno del 1928-29.
Le mille e una veglia
(frammenti d’incompiuto di un fu nichilista qualunque)[1]
“Après moi le Déluge!”
(da “Un indispensabile spiegazione”, di Ippolít, quello che non sopportava l’idiota )
……………………………………………………………………………………………………………………………....
87. Leggo su un foglio: “L’uomo moderno, se è onesto, non può più parlare coi suoi sogni, e confessare loro le sue più profonde speranze. È questo ciò che lo condanna alla piccolezza, o alla letteratura…”
Mi dispiace di riconoscervi la mia grafia.
………………………………………………………………………………………………………....
238. Res ordinaria. In fondo la vita è molto più di ciò che Nietzsche ne pensava. Ma è proprio questo “molto più” a renderla molto meno.
…………………………………………………………………………………………………………
999. Ancora non riesco a capire Nietzsche. Mi sembra troppo banale. Però non sono tanto scemo da pensare che non valga niente, dal momento che così tanti grandi uomini – che anch’io nonostante tutto ammiro – l’hanno giudicato geniale e imprescindibile, e non si sono stancati di imitarlo. Allora suppongo sia stato il profeta della sensibilità contemporanea, che forse doveva apparire ai suoi stessi occhi come qualcosa di pressoché inconcepibile. (Tra l’altro pare che avesse già previsto il revival della mistica che sarebbe a lui seguito). Se così fosse – e perché non dovrebbe esserlo? –, sulla stessa linea di discendenza Pessoa potrebbe esser considerato l’ultimo poeta, di certo il più completo, del congedo nostalgico dal vecchio mondo; e Cioran il cantore estremista del nuovo. Eh sì, perché al fondo di ogni estremismo brucia una rabbia di rimpianto… Henry Miller, poi, potrebbe essere visto come il primo ad aver vissuto nella ‘VVita e nel MMondo RRReale con sensibilità cioraniana (e d’altra parte la prima edizione delle loro dimenticabilissime opere risale allo stesso anno dell’avvento al potere di Adolf: si sa che non c’è mai due senza tre). Finora ho detto “potrebbe essere”. Perché non ci giurerei, né ci scommetterei nulla. E d’altronde mi importa poco.
1000. Illuminazione. Ho capito tutto! Bukowski rappresenta la realizzazione sversa del superuomo! Sì, Bukowski è l’uomo dal cazzo grosso!
1001. Sempre quella voce: “Non ti voglio più sentire filosofeggiantemente raccontarmi del tuo non voler far nulla. Vai, tirati un calcio nel sedere, smuoviti! Altrimenti non ti voglio più sentire”. D’accordo, calma, era proprio quello che stavo meditando di fare!
[1] Secondo Pietro Citati: “Un capolavoro la cui portata nella storia del pensiero è comparabile soltanto a quella delle Demoiselles d’Avignon nella storia dell’arte”.
“Après moi le Déluge!”
(da “Un indispensabile spiegazione”, di Ippolít, quello che non sopportava l’idiota )
……………………………………………………………………………………………………………………………....
87. Leggo su un foglio: “L’uomo moderno, se è onesto, non può più parlare coi suoi sogni, e confessare loro le sue più profonde speranze. È questo ciò che lo condanna alla piccolezza, o alla letteratura…”
Mi dispiace di riconoscervi la mia grafia.
………………………………………………………………………………………………………....
238. Res ordinaria. In fondo la vita è molto più di ciò che Nietzsche ne pensava. Ma è proprio questo “molto più” a renderla molto meno.
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999. Ancora non riesco a capire Nietzsche. Mi sembra troppo banale. Però non sono tanto scemo da pensare che non valga niente, dal momento che così tanti grandi uomini – che anch’io nonostante tutto ammiro – l’hanno giudicato geniale e imprescindibile, e non si sono stancati di imitarlo. Allora suppongo sia stato il profeta della sensibilità contemporanea, che forse doveva apparire ai suoi stessi occhi come qualcosa di pressoché inconcepibile. (Tra l’altro pare che avesse già previsto il revival della mistica che sarebbe a lui seguito). Se così fosse – e perché non dovrebbe esserlo? –, sulla stessa linea di discendenza Pessoa potrebbe esser considerato l’ultimo poeta, di certo il più completo, del congedo nostalgico dal vecchio mondo; e Cioran il cantore estremista del nuovo. Eh sì, perché al fondo di ogni estremismo brucia una rabbia di rimpianto… Henry Miller, poi, potrebbe essere visto come il primo ad aver vissuto nella ‘VVita e nel MMondo RRReale con sensibilità cioraniana (e d’altra parte la prima edizione delle loro dimenticabilissime opere risale allo stesso anno dell’avvento al potere di Adolf: si sa che non c’è mai due senza tre). Finora ho detto “potrebbe essere”. Perché non ci giurerei, né ci scommetterei nulla. E d’altronde mi importa poco.
1000. Illuminazione. Ho capito tutto! Bukowski rappresenta la realizzazione sversa del superuomo! Sì, Bukowski è l’uomo dal cazzo grosso!
1001. Sempre quella voce: “Non ti voglio più sentire filosofeggiantemente raccontarmi del tuo non voler far nulla. Vai, tirati un calcio nel sedere, smuoviti! Altrimenti non ti voglio più sentire”. D’accordo, calma, era proprio quello che stavo meditando di fare!
[1] Secondo Pietro Citati: “Un capolavoro la cui portata nella storia del pensiero è comparabile soltanto a quella delle Demoiselles d’Avignon nella storia dell’arte”.
Una poesia scritta da buon allievo per un concorso di La Stampa e Fiat, sul tema "Andare oltre le aspettative"
Solo a titolo d’esempio
(30-1-2007)
Andare oltre
Ma oltre dove?
Non importa dove
Basta sia oltre
Andare oltre
Incamminarsi per sentieri sconosciuti
In un mondo tutto già esplorato
(& fotografato & inquinato & brevettato)
Penetrando per misteri già scoperti
Esser stupiti dal più volte visto dimenticare
Ma mai poter restare senza fiato
E perseverare nello sperare sì nello sperare!
…Almeno finché non si è data
Al giornale di oggi un’ultima occhiata:
E Bersani scrisse:
Profumo e Passera
Sarà la compagnia
Purché voli davvero
Come difendersi da questo futuro?
Chiudendosi in una spelonca
per scolopendre e misantropi
?
Leggere troppo il giornale
porta alla deriva
- ma sarà abbastanza oltre
la più aspettata aspettativa?
Perché andare oltre le aspettative c’è chi dice
È andare secondo le aspettative degli altri
E nell’ambizione di parole apprezzatrici
Fingere di eluderle e solo farsi un po’ più scaltri.
- Sì, ma che importa delle aspettative! Basta che andiamo
Qualche poeta lo troveremo che ci darà una mano -
Allora via!
oltre
gli stagni
oltre
le vallate
le montagne
i boschi
le nuvole
i mari
oltre il sole
oltre l’etere
oltre i confini delle sfere stellate
* * * * *
Ma oltre dove?
Non importa dove
Basta sia oltre
Andare oltre
Incamminarsi per sentieri sconosciuti
In un mondo tutto già esplorato
(& fotografato & inquinato & brevettato)
Penetrando per misteri già scoperti
Esser stupiti dal più volte visto dimenticare
Ma mai poter restare senza fiato
E perseverare nello sperare sì nello sperare!
…Almeno finché non si è data
Al giornale di oggi un’ultima occhiata:
E Bersani scrisse:
Profumo e Passera
Sarà la compagnia
Purché voli davvero
Come difendersi da questo futuro?
Chiudendosi in una spelonca
per scolopendre e misantropi
?
Leggere troppo il giornale
porta alla deriva
- ma sarà abbastanza oltre
la più aspettata aspettativa?
Perché andare oltre le aspettative c’è chi dice
È andare secondo le aspettative degli altri
E nell’ambizione di parole apprezzatrici
Fingere di eluderle e solo farsi un po’ più scaltri.
- Sì, ma che importa delle aspettative! Basta che andiamo
Qualche poeta lo troveremo che ci darà una mano -
Allora via!
oltre
gli stagni
oltre
le vallate
le montagne
i boschi
le nuvole
i mari
oltre il sole
oltre l’etere
oltre i confini delle sfere stellate
* * * * *
oltre
LE POLEMICHE
oltre
I ricchi all’assalto dell’acqua africana
oltre
Vuoi comprare la mia vita?
oltre
ai pubblici
sulla
tosse al petrolio italiano
del Delta
del Niger
del Delta
del Niger
("Chi tollera i silenzi
è già un cadavere")
oltre a chi grida:
“No alla privatizzazione!”
E a chi ribatte: “Privatizziamo tutto, anche l’Ultima cena!”
E nessuno capisce che non è lì il problema.
Ma andare oltre necessariamente andare oltre!
Andare oltre la confusione e il disordine di tutto questo!
Andare oltre al vecchio e nuovo ordine che ha divorato se stesso!
Andare oltre l’avventatezza del destino del mondo in corsa!
Andare oltre la pigrizia di chi preferisce non resistere alla morsa!
Andare oltre per sogni per versi per premi
Andar oltre in provetta a depositare semi
Andare oltre a genetificare ceneri future da abbandonare allo Spazio!
Andare oltre esagerare stupire sfruttare fino allo strazio!
Andare oltre a far della terra un grande affollato ospizio
E inghirlandarlo da luna-park alluvionato natalizio
Andare oltre l’hip-hip-hurrà immortale del Progresso!
Andare oltre il Diritto al Consumo e al Pretendi-anche-questo!
Andar oltre il Cielo così illuminato che non lo vede più nessuno
E non si sa se sia tomba o scudo o uno spione importuno
Andare soprattutto oltre il vano sproloquio e lo scontato gesto
Andare dappertutto basta che non sia dove andremo ben presto
Preghiere accartocciate che siamo tra le dita del Tanto fa lo stesso.
“No alla privatizzazione!”
E a chi ribatte: “Privatizziamo tutto, anche l’Ultima cena!”
E nessuno capisce che non è lì il problema.
Ma andare oltre necessariamente andare oltre!
Andare oltre la confusione e il disordine di tutto questo!
Andare oltre al vecchio e nuovo ordine che ha divorato se stesso!
Andare oltre l’avventatezza del destino del mondo in corsa!
Andare oltre la pigrizia di chi preferisce non resistere alla morsa!
Andare oltre per sogni per versi per premi
Andar oltre in provetta a depositare semi
Andare oltre a genetificare ceneri future da abbandonare allo Spazio!
Andare oltre esagerare stupire sfruttare fino allo strazio!
Andare oltre a far della terra un grande affollato ospizio
E inghirlandarlo da luna-park alluvionato natalizio
Andare oltre l’hip-hip-hurrà immortale del Progresso!
Andare oltre il Diritto al Consumo e al Pretendi-anche-questo!
Andar oltre il Cielo così illuminato che non lo vede più nessuno
E non si sa se sia tomba o scudo o uno spione importuno
Andare soprattutto oltre il vano sproloquio e lo scontato gesto
Andare dappertutto basta che non sia dove andremo ben presto
Preghiere accartocciate che siamo tra le dita del Tanto fa lo stesso.
Benvenuti!
ciao!
eccomi finalmente on-line col Mmmio blog. sob. metterò qui qualche testo che ho scritto e già fatto circolare nei mesi scorsi, e qualche altro che forse di tanto in tanto una voce suadente mi suggerirà. ma non sarò costante, e spero di non divenire un frequentatore assiduo di queste mie pagine - anche se so che sarà difficile: sento già la tentazione di visitarle prima ancora di averle riempite... in ogni caso penso di inserire poche cose: non aspettatevi novità a pioggia; mi sforzerò piuttosto di non abusare della vostra pazienza.
un abbraccio a tutte&i,
enrico
eccomi finalmente on-line col Mmmio blog. sob. metterò qui qualche testo che ho scritto e già fatto circolare nei mesi scorsi, e qualche altro che forse di tanto in tanto una voce suadente mi suggerirà. ma non sarò costante, e spero di non divenire un frequentatore assiduo di queste mie pagine - anche se so che sarà difficile: sento già la tentazione di visitarle prima ancora di averle riempite... in ogni caso penso di inserire poche cose: non aspettatevi novità a pioggia; mi sforzerò piuttosto di non abusare della vostra pazienza.
un abbraccio a tutte&i,
enrico
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